/

6 Febbraio 2018

Marco Landi, il nostro presidente, si racconta a Forbes Italia

Una vita professionale intensa, ricca di successi e soddisfazioni.
Talmente bravo da essere chiamato a risollevare una Apple in crisi.
Capace di capire il valore di un’idea e coglierne l’enorme potenziale.

“Come ho fatto tornare Steve Jobs in Apple”

Pubblicato sul mensile Forbes, di Tobia De Stefano Il mago di Cupertino aveva lasciato, sbattendo la porta l’azienda che aveva fondato. Marco Landi, un manager italiano, al tempo nella dirigenza della Mela, è stato tra gli artefici dell’operazione con cui Apple ha acquistato la Next dal fuoriuscito Jobs. Così è nato un mito.

Se sei un manager italiano che ha avuto la fortuna di vivere la nascita di Apple allora di cose da dire ne hai. Se poi sei stato l’unico al mondo che può “vantarsi” di aver riportato Steve Jobs nella società che aveva fondato, allora vale la pena prestare un po’ di attenzione in più del normale. E se ancora, anni dopo, quella stessa Apple hai cercato di comprarla, allora vuol dire che sei lungimirante e che l’ideale sarebbe mettersi seduti e ascoltare. Marco Landi è un professionista che oggi si sta godendo i frutti di una lunga e brillante carriera in Costa Azzurra, anche se da certi mestieri non si stacca mai. Nel suo curriculum vanta molte esperienze in multinazionali soprattutto dell’Information technology, ma il pezzo della sua storia che ci interessa di più, parte dagli anni ’90, quando lavorava in Texas Instruments e un cacciatore di teste gli propose una nuova avventura: Apple, appunto. Prima in Europa (per risanare i conti in rosso), poi a Cupertino come direttore generale. Jobs non c’era. Era andato via, non certo tra baci e abbracci, nel 1985. Aveva fondato Next, l’azienda con la quale avrebbe voluto conquistare il mercato dei personal computer. Un fallimento. E fu proprio Landi, dietro il forte impulso dell’ad di quei tempi, Gil D’Amelio, a riportare Jobs in Apple.“Se devo essere sincero – spiega il manager originario di Chianciano a Forbes – il successo che ha avuto Steve in seguito mi ha sorpreso molto. All’epoca arrivava da una cocente delusione e sotto molti punti di vista doveva ringraziarci perché gli avevamo dato una seconda opportunità”. E invece? “Beh, dopo qualche mese sia io che Gil eravamo fuori dall’azienda. Ma a parte questi particolari devo ammettere che si è rivelato un genio, uno che arrivava a vedere quello che gli altri non vedevano. Basti pensare alla musica, all’intuizione che il mercato dei pc era troppo concorrenziale e al lancio dell’iPod che fece a pezzi la Sony”. Poi in seguito ci furono anche l’iPhone l’iPad. “Certo, ma il concetto è sempre lo stesso: la capacità di intuire le cose prima degli altri”. Insomma, era un leader. “Nient’affatto. Per i dipendenti del gruppo prendere l’ascensore con lui era angosciante e non conosco nessun dirigente con il quale sia andato a cena. In parole povere, a causa dei suoi limiti caratteriali Steve non è mai riuscito a fare team e di conseguenza non ha mai dato alla sua azienda un successore http://gty.im/101805829 “. Dopo alcuni anni poi le strade di Landi e Jobs si sono incrociate di nuovo. “Alla fine degli anni 90 – racconta il manager di Chianciano – io ero nel cda di Telecom e il presidente dell’epoca, Gian Mario Rossignolo, pensò di acquistare un grosso quantitativo di pc da Apple per dare un impulso all’alfabetizzazione elettronica in Italia… Quindi fissammo un incontro con Jobs a Cupertino nel corso del quale il direttore generale, Francesco De Leo, chiese a Steve se ara disponibile e vendere l’intera Apple”. Ma era già in corso una trattativa con Oracle e quindi l’affare non andò in porto. Oggi, come detto, Landi è in pensione, ma la verità è che non ha mai staccato. E’ spesso in giro per convegni, fa consulenze e quando “gli va” investe nelle aziende che lo “ispirano”. Com’è successo per esempio con in Puglia, nella Murgia (tra Matera e Bari) dove ha trovato diverse piccole imprese digitali che iniziano a fare sistema (tant’è che si può parlare di una vera e propria Murgia Valley) con eccellenze nelle stampanti 3D, nel digital marketing, nei software ecc.“Io – sottolinea il manager toscano – ho investito 200 mila euro per il 5% di The Digital Box, un’azienda che crea contenuti digitali (soprattutto di marketing ndr) per smartphone. Sono partiti nel 2013 con 6-7 dipendenti e oggi ne hanno circa 70. Li sto aiutando nel processo di internazionalizzazione che li ha già portati a Barcellona e tra poco li farà arrivare Palo Alto. I numeri ci sono, il 2017 dovrebbe chiudere con un fatturato di circa 6 milioni di euro, e i talenti pure. Perché mi creda, in giro per l’Italia esistono tante realtà giovani e interessanti che cercano solo esperienze e finanziamenti per crescere. Per me è un piacere, quando intravedo delle potenzialità, aiutarle”.